Renato Pancini

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PER DARE VOCE ALLE RAGIONI DELLA POESIA

“Reading teatrale”: forse Renato Pancini non avrebbe approvato una definizione così modaiola per la lettura di alcune tra le sue poesie più belle.

Capita quando ci tocca definire, in un titolo, il genere dell’appuntamento che ci siamo dati.

Quella del 18 Dicembre, sarà una serata interamente dedicata all’ascolto, al trovarsi, al ricordo. Per conoscere meglio -  lasciandosi andare al ritmo delle parole e all’onda delle emozioni – il mondo, lo stile, la forza espressiva di un Uomo appartenuto, fino in fondo, alla nostra Valbormida.

Un appuntamento speciale, poco prima di Natale, per sottrarre un’ora  del vostro tempo al torpore delle abitudini e lasciarsi prendere dal fiume fluido dei sentimenti.

Toccherà alla voce ( così simile! ) del fratello Walter, che ha al suo attivo altre performance teatrali, il compito di far rivivere, proprio sui luoghi della sua esistenza, l’immaginario poetico, le tempeste, la testimonianza, forte ed esplicita, di Renato Pancini.

Il Rècital, proponendo una ventina di liriche, declinerà la sua opera nei  quattro temi-chiave dei LUOGHI, della MEMORIA, dell’ AMORE e dell’INESPRIMIBILE.

Per una sera, rinunciando a pantofole e televisione, troviamoci al Cenacolo delle Stelle per dare forza al mondo segreto e affascinante del nostri Sentimenti!

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Renato Pancini          1941 – 2002

Nasce a Cengio, in località Pertite, all’epoca deposito di munizioni ed esplosivi dove il nonno, Pasquale Bonino, ricopre il ruolo di guardiano. A quel tempo, la vecchia casa di mattoni rossi – che oggi si apre su una spianata fangosa, brutta e stupida ferita nella collina – si affacciava su un piccolo Eden, ricco di fiori e frutti, in armonia col canto degli uccelli e il sussurro del ruscello.

Il padre, Cesare, ufficiale di marina, è originario di Piacenza.

La guerra l’ha portato lontano dal suo piccolo e dalla giovanissima sposa, Elsa Bonino, nata sulla Bormida e conosciuta durante una missione di collaudo alla fabbrica.

Con la fine del conflitto e il ritorno del padre, la famiglia Pancini si trasferisce a La Spezia, dove Cesare presta servizio presso la base della marina militare.

Intanto, c’è un nuovo arrivato, Walter, il fratello più piccolo. Con il quale avrà sempre un intenso rapporto di complicità intellettuale.

Renato compie i suoi studi primari nella città ligure e si laurea in Economia all’università di Pisa.

I fratelli Pancini ritornano ogni estate a Cengio dai nonni materni, a respirare l’aria familiare della loro campagna.

Ed è, appunto, durante una vacanza che Renato conosce, nella locanda di Cengio Alto, Francesca Poggio, la giovane laureanda che diverrà sua moglie, e dalla quale buona parte della sua opera poetica trarrà spunto.

Una dedica scritta il 2 dicembre 1995 sul frontespizio di una copia di “Viaggio ad Omphalòs” riporta la dedica: “A Franca, con Amore”, Renato.

Il matrimonio si celebrerà nella chiesa cinquecentesca del vecchio Borgo, arroccato di fronte alla vestigia del Castello napoleonico.

Nel 1973, la coppia, avrà un figlio, Alessandro. Il giovane raccoglierà la fiaccola del padre: tutela delle tradizioni, passione per la cultura, amore per la Valbormida.

Renato fin dalla prima giovinezza, coltiva la passione per la letteratura e le arti.

Il vigore e la facilità di scrittura alimentano il fiume in piena del suo temperamento creativo.

Con il passare degli anni, la sua produzione matura e si arricchisce: scrive poesie e racconti, saggi e critica letteraria.

Negli anni settanta Renato ritorna ai luoghi d’origine. Insegna geografia economica all’Istituto Patetta di Cairo Montenotte (Savona).

Osservatore attento e spesso pungente della realtà, diviene, fin dal 1979, giornalista pubblicista, mentre l’itinerario scolastico culmina con l’ufficio di Preside presso i Licei di Stato.

Nel 1999, dimessosi volontariamente dall’incarico, si dedica pienamente a ciò che ama: la poesia e la promozione di eventi culturali.

L’attività di consulenza editoriale sfocia nella fondazione de “Le Stelle”, la storica casa editrice che diventerà un centro culturale tuttora attivo.

Intanto, la produzione letteraria gli è valsa la vittoria di un numero impressionante di premi e riconoscimenti, italiani ed esteri. Ma la gratificazione delle affermazioni si volge ad una più matura fase di introspezione filosofica ed esistenziale che l’avvicina alla revisione storica e alle dottrine orientali. Dal 1995 non partecipa più a concorsi letterari: ritiene sufficiente l’ampia traccia del suo lavoro, testimoniata dalle molte opere che figurano su riviste ed antologie letterarie, e rifiuta l’alloro di un ambiente che, alle lunghe, rischia di essere troppo autoreferenziale.

Una particolare attenzione per il territorio e la costante ricerca di nuovi talenti (è sua la “scoperta” di Giulio Cesare Giacobbe, di cui è stato primo editore intuendone qualità e successo) ne fanno uno dei personaggi di spicco della Valle Bormida.

Il volontario isolamento nella mansarda di Cengio Alto, dalla quale – immerso nelle note della sua immensa discografia – spia il profilo dei suoi amati bricchi nel mutare delle stagioni, può far pensare ad una posizione di aristocratico rifiuto della realtà. Invece Renato Pancini è uomo sanguigno, battagliero, animato da un’energia vulcanica.

Si nutre del dialogo con i giovani, con i quali ama confrontarsi, offrendo loro un sapere non conformista che accoglie le novità più audaci quanto la tradizione più pura.

Negli ultimi anni, sempre più lontano dall’accademia, si tuffa nella natura dei suoi luoghi e immagina per sé un altro ruolo, fino a definirsi “un contadino part-time”.

Tra zappa, vigna e penna, l’attività letteraria trova una curiosa sintesi: ruvida ironia e forte determinazione, anche nell’affrontare il male che pian piano se lo stava portando via, lo accompagneranno fino alla fine del viaggio.

Venderò cara la pelle, non lascerò che mi porti via da questi bricchi senza lottare.” Confidava qualche tempo prima al cugino Fabrizio, parole dette con una sicurezza e una forza interiori che andavano oltre le speranze e l’attaccamento alla vita terrena di un malato terminale senza futuro.

Lascia dunque una grande eredità morale e spirituale, esempi di una forza profonda sempre volta all’azione, illuminata dalla Luce e dall’Amore. Ne “La fiammella” Renato Pancini scrive: “Anche la fiammella, timida e tremula di una candela dimenticata ci dona – se lo vogliamo – la luce chiara del sole.

Bisogna che il quieto coraggio, aggrumato dal vivere oggi, accenda cauto e dolente scaccino, la fiammella fioca, chiamata Amore.”

Il figlio, Alessandro, continua sulla strada tracciata da quel carattere, unico e complesso.

La sua opera, ampia, dev’essere sottratta all’oblìo.

L’opera

Oltre a molti inediti, ha pubblicato:

“Corsaro di illusione” 1987 – poesie

“Nostalgia” 1988 – poesie

“La creatura ritrovata” 1989 – racconti

“Notte di luna” 1990 – poesie

“Il velluto del tempo” 1990 – poesie

“Se ancora vale l’attesa” 1991 – poesie

“Noch” 1992 – poesie

“Canzone al gabbo” 1993 – poesie

“Ed era come te la luce mia” 1994 – racconti

“Viaggio ad Omphalos” 1995 – poesie

“Cammino di ronda” 2000 – poesie

Breve nota critica

Accadrà che qualcuno, un giorno, porrà mano ad una raccolta del meglio dall’opera poetica di Renato Pancini.

Impervio lavoro, aggirarsi tra le molte sillogi che spaziano dall’intimo all’universale, assetate di vita e di mistero.

E’ stato scritto che i poeti non inventano la poesia.

Essa è nascosta da qualche parte. E’ là da tempo immemorabile, e il poeta non fa che scoprirla.

Renato, l’ha stanata nei chiaroscuri dei suoi boschi, distillandone colori e profumi, cogliendone l’essenza magica, esoterica, aristocratica.

“ Non andate nel bosco

quando il sole tramonta

e le ombre ti possiedono.

La foresta è il dominio muto

la casa eterna dell’uomo di pietra,

e se posi i tuoi passi sull’edera

bada, per sempre sei perduto (…)”

Giannino Balbis, in una memorabile prefazione a “Viaggio ad Omphalos”, l’ombelico del cosmo, decifrava l’intenzione vera di Pancini mentre celebrava il rito della parola: “quella parola che non serve più a comunicare con l’altro da sé, a ridurre gli altri a misura di sé, ma finalmente a rendere liberi i pensieri”.

Dopo aver navigato in lungo e in largo il mare tragico del divenire, Renato aveva cercato la via dell’essere. Una scelta filosofica che fornisce la chiave per leggere le pagine di “Cammino di ronda”.

Altrove umane premonizioni ci fanno rabbrividire,  come l’intensa dolcezza di “Preghiera d’Autunno”. Quasi una profezia del proprio destino.

“Ti vedo, ora che non ci sei più,

sospeso e lieve come una piuma

che galleggia senza peso

nell’alba di questo autunno.

Ottobre restituisce pace

alle memorie col respiro cauto

delle sue ombre lunghe, desolate,

con l’alito cadente delle sue brezze.

Vedi, anche se l’autunno è quieto,

oggi sento che stiamo quaggiù all’erta,

pronti al passaggio e che il passo giunga

silente o che ci travolga rumoroso

poco importa.

Tanto invece mi piace vivere,

qui e ora questo momento

serbato in sorte.

Viene l’alba e al risveglio rinasco;

cala il buio e vela gli occhi al sonno,

la notte mi porta la Morte”.

Anche l’amore per il mare che lo vide crescere nei suoi anni di fanciullo prima e di giovane uomo poi, si traduce in visione della vita ne “La polena maledetta” e più ancora in “Ora e sempre”, dove evoca attraverso il “suo” baule da marinaio, il proprio percorso terreno: “… pieno di sogni, ricco di desideri insoddisfatti oggi per il domani.”

Quando Pancini lascia il metro libero della poesia e mette mano alla prosa, propone, ossessivo e incalzante, il tema della coppia. Unita o in crisi, sempre prigioniera: di un sentimento vero o di un’impossibile costruzione fantastica. Nei suoi racconti ritorna esplicito ed umanissimo interprete della tastiera dei sentimenti, anche di quello impossibile della per la “Polena Maledetta”.

Come l’amato Ezra Pound, cerca la “qualità dell’affetto”, e ruggisce contro le lagne vaghe e sterili, anche quando costringe la lirica all’intensità della “Nostalgia”, un etimo abusato che, invece, significa “nòstos”, ritorno e “àlgos”, dolore.

Il ricordo non è solo energia dell’anima, si può quasi “annusare” come cosa viva e palpabile:

Mentre rincorro sull’autostrada

fantasmi di latta in gara sciocca

vinta da cieche larve e motori

lieve penetra nell’auto il fumo

d’olivo ramaglie bruciate a sera.

Indugia l’inverno sulle terrazze

deserte dove l’erbacce sono

sempre verdi come il lauro dei poeti

richiamano la memoria dei giorni.

Adesso conto le stelle

A caccia dei gatti senza colore

per il viale degli aranci amari

mi piaceva allora tanto il fumo

dei rami secchi dell’olivo verde

pianta forte e anche delicata

come questa razza avara di sogni

parca di sorrisi che per metà

ho nel sangue.

e sogno l’acre fumo delle stoppie

che mi piaceva fare il contadino

e non l’ho mai saputo.

E il nonno fabulava storie

saracene scabra corteccia lui

leccio solitario saldo nell’orto.

Anche le voglie nascoste

erano le stesse di oggi

ma in cambio c’era la speranza

di essere domani un uomo

insieme alla paura di non riuscirci.

e il vento che viene dal mare

lo riconosco e sa di sale

come negli anni bambini.

Io sono qua a balbettare versi

con la lingua contro i vetri

della finestra e guardo la spiaggia

che ancora fra i pini riposa

Di raccolta in raccolta, il “capace forziere dei desideri” scoppia di troppi brandelli di speranze.

Il poeta, “corsaro d’illusioni” rincorre invano sogni che s’impigliano in schegge di tempo, in profili di volti, in rumori di parole.

Navigatore e giullare, nel mare tempestoso dell’esistenza, Renato intona una sinfonia di timbri giocosi e di contrappunti lirici.

Nel crocevia, calpestato da troppe orme, dei suoi itinerari esistenziali, potrete trovare tracce di Nietsche e di Guénon, lievi indizi di Withman e di Montale.

La lettura dell’opera di Renato Pancini è un’esperienza che segna, perché chiede una riflessione profonda sul senso delle cose e delle parole.

Come suggerisce Musil, egli aveva capito che il Poeta è colui che, più d’ogni altro, è cosciente della solitudine senza scampo dell’Io nel mondo degli uomini.

si ringraziano per la nota biografica:

Walter Pancini, Fabrizio Pancini, Alessandro Pancini

family

WALTER  PANCINI

 

12 Risposte a “Renato Pancini”

  1. Fabrizio Pancini Dice:

    Solo chi lo conosceva bene come te avrebbe potuto descrivere Renato come hai fatto tu. Col passare del tempo ci stiamo accorgendo quanto manchi la sua presenza fisica a coloro che gli volevano bene e lo stimavano come uomo e come poeta. Ciò che resterà a chi verrà dopo di noi, saranno i suoi scritti che, letti e riletti, continuano a regalare al lettore spunti di riflessione nuovi ed emozioni sempre diverse.
    Un abbraccio a Franca, Alessandro e a Walter, mentore impareggiabile del nostro indimenticabile Renato.

  2. danilo e valentina Dice:

    Grande Renato sarai sempre nel mio cuore, mio grande amico e maestro di scuola e di vita!!!! danilo perrone

  3. Thea Falconi Dice:

    caro amico Renato,da lui ho imparato tanto sia nel lavoro sia,soprattutto,nell’affrontare le difficoltà della vita con consapevolezza e forza.Quando penso a lui non posso che dire:grazie

  4. Mariangela Dice:

    Grazie Renato
    Per il piacere della vita e della poesia che mi hai donato.

    • grazie a Te Mariangela
      chissa se ci conosciamo.

      Alessandro Pancini

      • Mariangela Dice:

        Buon giorno Alessandro
        Io ho conosciuto il tuo papà a Torino in occasione di un premio letterario di cui mi occupavo nel 1988. Eravamo un gruppo di amici ed abbiamo condiviso con lui un bel rapporto di amicizia durato qualche anno.
        E’ stato un grande uomo e un grande amico.
        Mariangela

  5. Ho letto con emozione i versi e le notizie della vita di Renato Pancini che non ho conosciuto, ma che sento vicino per il premio di poesia che ho ricevuto in suo ricordo nel 2006. Le vie di comunicazione fra poeti sono imprevedibili e non rispettano le leggi del tempo. Grazie

  6. G.C.Salemme Dice:

    Per caso sono arrivato a questo sito. Molto bella l’opera di Renato che forse ho conosciuto a La Spezia quando con Walter si “lavorava” ai testi al circolo “I Corsari”

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